Happy Game è un gioco pieno di colori, coniglietti e cuoricini. Un mondo fatto di piccole scene innocenti e giocattoli ma che si incrina molto in fretta. Capisci subito che qualcosa non funziona, che quel sogno è in realtà un terribile incubo. Un incubo che continui a seguire, che non riesci a lasciare.
A volte succede una cosa simile anche nella nostra vita. Iniziamo a percepire una dissonanza, proprio come in Happy Game. Tutto continua come sempre, il tuo mondo funziona, prosegui per la tua strada, porti avanti progetti lavorativi, progetti personali, relazioni, porti a termine i tuoi doveri e soddisfi gli impegni.
Ma qualcosa non va. Questo tipo di vita non è ciò che vuoi, eppure continui ad inseguirlo, a sostenerlo.
Oggi voglio parlarti di questo, di un argomento un po’ delicato ma molto importante. Ti parlerò di come, a volte, ci ritroviamo ad inseguire un sogno che nel tempo non ci appartiene più e di come lasciarlo andare.
Happy Game è un videogioco breve, di una o due ore. Un punta e clicca che si basa più sulle sensazioni che sulla storia in sé quindi non troverai grossi spoiler ma, vista la brevità, ci saranno screenshot e riferimenti a tutto il gioco.
Inseguire il sogno, anche quando diventa disturbante
In Happy Game entri subito in un incubo. Non capisci cosa succede ma senti il bisogno di capirlo, di dare una spiegazione a questa dissonanza tra il mondo colorato, pieno di farfalle e regali e la onnipresente componente creepy.
Inizialmente, segui semplicemente il flusso, segui il concept del gioco: “un bimbo si risveglia in un orribile incubo. Puoi renderlo di nuovo felice?”.

Quindi fai muovere il bimbo attraverso il suo incubo, rincorrendo la sua palla o il suo peluches, incuriosito da questi mostri che continuano a portare via ciò che il bimbo desidera così intensamente.
Ma non ci vuole molto per iniziare a chiedersi se non sarebbe meglio lasciar perdere la palla e dimenticare il caro peluches. Chiaramente quello non è il nostro giochino preferito, chiaramente non è ciò che ci aspettavamo di trovare. Non fa per noi.
Eppure continuiamo a rincorrerlo.
E ad un certo punto la domanda non è più cosa stia succedendo nel gioco. Mentre ti ostini a cercare di recuperare quel coniglietto, un dubbio inizia ad insinuarsi tra i tuoi pensieri. Il dubbio che hai fatto o stai facendo la stessa cosa anche nel tuo mondo fisico.
Il conflitto tra ciò che desideri, ciò che insegui e che magari hai anche ottenuto e la scoperta che quella stessa cosa non ti fa bene. Magari quel sogno che hai tanto rincorso e per cui hai tanto lavorato, non fa più per te ma, nonostante questo, non riesci a lasciarlo andare.
Può essere che tu abbia anche avuto dei momenti di lucidità in cui ti sei chiesto il perché. Perché faticare tanto per questo scopo, per mantenere vivo quell’antico desiderio, quel progetto che ora ti sta stretto, che non si adatta più a te, che non senti più tuo?
È come se stessi camminando dentro un sogno che continua a prometterti qualcosa di bello ma lentamente si trasforma in qualcos’altro.

Insegui quella palla, anche se è inquietante. Combatti per quel peluches, anche se non ti dà più felicità. Rincorri il tuo cagnolino, anche quando di lui non c’è più chiaramente traccia.
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La dissonanza cognitiva: quando qualcosa non torna ma continui ad accettarlo
Il gioco si muove per gradi. Vieni avvertito preventivamente dagli sviluppatori che non è un mondo allegro e che succederanno cose brutte. In questo modo ti preparano, parti già pronto ad accettare il contrasto tra regali e giocattoli e farlo coesistere con un po’ di sangue e oscurità.
La realtà non corrisponde a ciò che dovrebbe essere ma la mente si incastra nel bisogno di una spiegazione. Accetti tutto e vai avanti, cercando un significato. E continui a cercarlo anche quando le cose diventano man mano più crude e assurde. Succede tutto gradualmente quindi ti abitui a poco a poco, dolcemente.
La cosa che mi ha colpita di più di Happy Game non è tanto la componente horror, ma quanto velocemente ho imparato ad accettarla. Dopo pochi minuti di gioco, le immagini disturbanti diventano quasi normali, le creature deformi diventano parte del paesaggio e ciò che subito sembrava assurdo, smette di esserlo.
Accettiamo tutto, come parte del gioco.

D’altra parte, è solo un videogioco.
Ma quante volte nella tua vita ti trovi in situazioni che non ti fanno stare bene ma che continui ad accettare? Il vizio del fumo, la dieta infranta, gli acquisti compulsivi…
Un lavoro che detesti. Una relazione che ti fa soffrire. Un ambiente che ti svuota lentamente.
Qualcosa non va, lo percepisci chiaramente ma continui a restare. Sostieni contemporaneamente due condizioni, idee, comportamenti, chiaramente in contrasto tra loro. Ecco la dissonanza cognitiva.
E questa dissonanza, ci crea tensione, ci crea stress. Ma per ridurla, per allentare questa tensione, spesso non cambiamo la situazione ma solo il modo in cui la interpretiamo.
Proprio come in Happy Game, continui a procedere accettando il disagio, adattandoti, normalizzando ciò che all’inizio ti sarebbe sembrato inaccettabile.
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Happy Game: quando l’incubo diventa normale
La parte inquietante di Happy Game non sono i mostri, non sono le immagini disturbanti, non sono nemmeno le cose assurde e mezze psichedeliche che il gioco continua a riproporti. La parte inquietante è quanto riesci facilmente ad abituarti, a capire il meccanismo e a far fuori senza battere ciglio dei dolci cuoricini che sono lì a godersi la giornata.

E’ normale, diventa subito normale.
Anche nella vita a volte succede una cosa simile. Ti abitui a stare male, a convivere con l’ansia, a sentirti vuoto, insoddisfatto, stanco. Ti abitui ad accettare situazioni sempre più sbagliate per te, cose che non ti appartengono, condizioni che ti prosciugano. E più il tempo passa, più normalizzi. E non perché sia normale ma perchè il nostro cervello è straordinariamente bravo ad adattarsi.
Così bravo che a lungo andare dimentichi che esiste un’alternativa.
Come in Happy Game. Nel videogioco ti limiti a far progredire la storia, non hai nessun potere sugli eventi e quindi dopo un po’ ti rassegni a far vivere l’incubo al bimbo, a distruggere, a decapitare conigli, ad infilzare esseri vari o torturare creature. Continui a giocare perché ormai hai iniziato, perché vuoi vedere come finisce, anche se magari non ti va più.
All’inizio c’è una resistenza. Da una parte noti che qualcosa non funziona ma dall’altra pensi che ormai ci sei dentro, che hai investito troppo, che magari le cose miglioreranno, che forse sei tu il problema.
Ma questa resistenza piano piano si affievolisce e più tempo passa e più diventa difficile notare che qualcosa non va.
E forse è proprio questo il momento in cui dovremmo fermarci.
Dovremmo fermarci quando l’incubo inizia, quando qualcosa non ci va bene, quando arriva il dolore. Ma ancora di più quando smettiamo di notarlo.
Perché finché qualcosa ti infastidisce, una parte di te sta ancora reagendo. Quando smetti di farci caso, rischi di rimanere bloccato.
Uscire dall’incubo non significa svegliarsi e trovare tutto risolto. Significa, prima di tutto, accorgersi di esserci dentro. Significa fermarsi e chiedersi “questo è davvero ciò che voglio?”. E’ una domanda semplice ma che spesso evitiamo. Eppure, spesso, è proprio da qui che inizia una nuova vita.
Bentornata!
Grazie mille 🙂